mercoledì 21 febbraio 2007

un blog contradditorio

Questo blog parte da due spinte contrapposte: all'idea di fare un blog che si presenti a carattere didattico, si contrappone la poca simpatia per la tecnologia e l'uso dei mezzi informatici.....
Ho così pensato di fare un blog che parli di natura, di ambienti ed esperienze da vivere all'aria aperta, di escursione e altro da vivere in montagna.... il tutto partendo dai luoghi che meglio conosco, ossia le montagne del bellunese.

E' un blog quindi che nasce con l'idea di essere usato il meno possibile, di essere usato per scambiarsi suggerimenti che ci spingano a spegnere il computer e andare a vivere esperienze dirette in mezzo alla natura.....



La foto nella pagina è una foto della Schiara, montagna di casa per i bellunesi.

Riporto un brano che mi ha sempre coinvolto, tratto da una guida al gruppo della Schiara di un bel pò di anni fa.


Da "La S’ciara de Oro"
di Piero Rossi
Un’antica leggenda valligiana (oggi quasi dimenticata) narra che San Martino (il mitico personaggio, caro alla fantasia popolare in tutto l’arco alpino) nel corso delle sue peregrinazioni, sia giunto, un giorno, risalendo orride e impervie valli, dove certo Messer Diavolo non dovette mancare di tendergli dispettosi agguati, su una vetta bellissima, di roccia chiara e lucente, dalla quale il suo sguardo spaziava su un orizzonte infinito, stendentesi dai candidi ghiacciai del Nord, al caldo mare Adriatico. A lungo ristette Martino su quella vetta, mentre una nube di dorato pulviscolo solare sembrava fondere cielo e terra.
Piacque quel luogo al santo e volle sceglierlo come punto di riferimento e tappa d’obbligo nei suoi viaggi alpestri. Per questo, confisse nella roccia un anello di ferro, al quale legare il suo destriero durante la sosta. Ma, tosto, il vile metallo si tramutò in oro purissimo. Di qui, secondo la leggenda, venne il nome del monte. I nostri vecchi chiamano S’ciara l’anello, in particolare l’anello nuziale. La S’ciara de Oro è certamente ancora confitta lassù nella croda, anche se nessuno rammenta di averla scorta. Essa, forse, per appalesarsi ad occhio umano attende qualcuno dal cuore puro come quello del romantico santo.
O, forse, l’abbiamo scorta con i nostri occhi, la S’ciara de oro, quando, al tramonto, siamo discesi, dalla Gusela verso la Val di Vescovà ed i raggi calanti, prima di fondersi in una sinfonia di tinte rosse e violette, hanno reso le rocce incandescenti di aurei riflessi. Anzi, deve essere proprio così: la S’ciara de oro si è fusa con la roccia ed ha formato quella straordinaria finestra di forma anulare sulla cresta che collega la cima di Mezzo delle Pale del Balcon (Balcon è appunto chiamata al finestra), con quella delle Pale Magre. E, forse, qualcuno con mente più razionale che poetica, potrà insegnarci che il nome S’ciara deriva proprio da quella finestra di roccia a forma di anello. E può darsi che dica il vero!
Ma lasciatici, ve ne preghiamo, credere che c’è veramente, lassù, un anello prezioso, pegno di gioia e di amore. E’ alla sua ricerca che da molti anni più e più volte ci siamo mossi, per faticosi sentieri, dopo notti all’addiaccio, calpestando la neve ghiacciata e martoriando le nostre mani sulle asperità della croda.
Non lo abbiamo trovato, materialmente l’anello, la S’ciara de Oro, ed è bene sia così, perché nella sublime illusione dell’alpinista, modesto e acrobatico, non è la conquista raggiunta che conta, ma l’aspirazione a quella da raggiungere domani, inseguendo un sogno meravigliosamente inutile e deliziosamente inappagabile…….